giovedì, 12 novembre 2009


 

rete da calcio sulla spiaggia - foto di E. Belculfinè    

 

I

 

Il sole di novembre risana le trafitture più antiche; le mani non

sanno contenere gli istanti. Si fanno briciole

 

le vite sospese - scorza acerba -

 

palpitanti nell’attesa. La luce buona rimbalza

sugli specchi, e i minuti - sipario

 

di cose non dette.

 

Si frange il barbaglio in miriadi di spilli

luminescenti, l’anima

 

protende le sue

 

radici di pioppeto. Amore è gioia, nel miraggio | primigenio

di essere titano di prospettive inebrianti

 

che regni fino a

 

conservare negli occhi i disdegnosi

raggi dell’ultima luna.

 

Andiamo dal nostro Dio spaventosamente solitario, buttando a

terra la roccaforte del dolore che mai eguaglia alcun

 

dolore sfavillante né l’autocrazia degli

errori più dolci, gli errori

 

d’amore […]

 

II

 

Lascia che il tuo bacio sorga come acqua purissima, lascia che

il tuo bacio sia pure fiammifero, sfregane

 

la punta sulla cartavetro del

 

mio tacere asperrimo.

 

Lascia il tuo bacio gocciolare come magma

o recalcitrante sangue d’inverno e sprazzo di interminabile

 

fuga - quasi poesia -

solerzia

 

di innesti difficili. || Il mio emblema

apostolico è il dogma

 

di un solo uomo

 

di infinita pazzia innamorata - fiore rosso della libertà, blues

nerissimo dai bulbi oculari di vetro.

 

Però a noi è più

adatto

 

questo marmo assurdo di basilica, questo metallo sonoro delle

ore, la cuspide dorata, inverosimile del tempio

 

che si tende al cielo e non

lo possiede.

 

III

 

 

|| Scrivo come cammino:

in verticale, e scrivo come sogno:

 

in verticale. || Scrivo come amo: in verticale; scrivo come

sorrido: con un coltello fra le vertebre. Scrivo come

 

mi rattristo degli eccidi umani,

scrivo sotto || la polvere

 

da sparo fitta della coscienza. || Scrivo come piano muoio,

attimo dopo attimo || mirabilmente, nel gesso delle

 

mie passioni e le mie

 

spinte viscerali. Scrivo || come mangio: con fame, e

 

come bevo: con sete || di bestia e di

strumento trasognato. ||

 

 

IV

E sulle tue labbra è il sorriso, e nel tuo passo la direzione della

notte. E’ nel tuo braccio la fame e nel tuo petto

 

anfibio la sete che gemma di

 

 pioggia intorno, sino

agli stanchi

 

riflessi bugiardi, sino ai frutti da beccare galleggiando come

il tronco di salice divelto e il fiume

 

arrossato, ma a mezz’aria, alla

maniera di piccoli

 

uccelli. ||

 

L’indignazione, lo sconforto non

sono più di moda.

 

Ahimè, diranno che vesto

abiti retrò,

 

sfiorando il grido di musica posseduta, smanioso fino al chiodo

fisso. Ma io indosso indumenti di

 

giullare entusiasta […] nel

giorno sfregiato

 

che ora diventa mentecatto di chiarore; si drizza dai pochi

frantumi, perché possiamo raccogliere

 

il granturco, come da millenni; il granturco

sanguinoso, svergognato da

 

maldicenze ostili…

 

V

 

Urlo e Kaddish rigurgita il poeta, lupo, al pulviscolo del mondo

e gli spazi siderali, anche una tregua di suoni, per

 

 quanto gentili essi siano. E i campi di granturco

diventano i fidi respiri mentali

 

di Corso…

 

<< Obama - dicono - darà notizia di astronavi e viaggi

elicoidali, le curvature degli universi,

di buco nero

 

in buco nero >> e ripeto selle unghie

l’asserto delle stelle;

 

le mie rare stelle di

 

rame bucato e di sbarre - di questa

smisurata voliera

 

di ghiaccio. ||

 

Ribevo le mie lacrime fino a che viene sera, e… non piango

 

da anni. Come posso solo pensare di poter sfamare

qualcuno, se della mia fame

 

soltanto mi dispongo

il fluire.

 

Come fantasticare di coprire mio fratello nudo, se ho questa pelle

appena | di rorida luce… Fratello. Sorella. Avremo

 

fame, soffriremo il freddo e il furore indocile,

l’amore. Ma ci viene incontro

 

il pensiero giallo 

di Dio.

 

E. Belculfinè – Gio. 12 nov. 09 | 13:22


mercoledì, 11 novembre 2009

 


 

 parapendio sulla spiaggia - foto di E. Belculfinè    

 

 

 

I

 

Dicono il mio amore: amore di poco conto; pulviscolo di scarsi

fiori assediati. Invece non sai che sgomento

di inferi

 

mi prende né di questo strano

obbligo di stelle

 

insensate che danno fuoco al cielo | passata l’ora degli

attraversamenti e del caffè, ma il

suo unico senso è

 

l’amore. L’amore

soltanto.

 

È come nel momento in cui un riposano le querce stremate:  

anche a noi accade il sogno di essere uguali

a Proserpina incauta.

 

Ma uguale al sogno

è vivere questo lungo, lungo

 

giorno, che non basterebbero le mani a farne

 

filato avvolto. Ho imparato e

distrutto la mia

 

tristezza di bambino infinito. Oggi ho molti anni, ma i miei

disgraziati averi non dicono nulla della povertà 

 

della mia fronte. E vedo crollare un’aria

vocale che mette nel

 

pensiero un silenzio

di arenile.

 

II

 

Dicono il mio amore amore di poco conto, ma i versi d’amore,

che scrivono tutti gli amanti, non hanno altro

 

significato che la pioggia |

 

perdutamente

ubriaca.

 

Il mio amore era una bandiera di guerra. Adesso è un

drappello di soldati. // Pàrtite lettera mia

de sangue e core

 

che è giunta l’ora, vai e viri se l’amore

mio pensa a me […] //

 

recitavano | le donne delle mie strade, nell’affidare | una lettera

alle incurie del tempo e i primi baci | di carta

 

nascosti sotto i francobolli

delle cartoline;

 

mia nonna | che ha atteso per tanto il  ritorno

dell'innamorato dai banani di Kenia,

 

prigioniero degli inglesi e di

un fermento difficile.

 

III

 

 

Dello schizzo di attimi e di

voci incalcolabili, che sollevano gli ultimi bricioli delle

 

occasioni, non restache

 

una lenta

 

canzone strappata, gioie del quotidiano e i fortori consueti, a cui ci

atteniamo dimenticando di Faust e di Ofelia.

 

Dimenticando di Dio e il sentimento delle | nebulose nella

secchezza dell’ultima aurora; genesi che siamo

 

certi appartenere ad altri,

universi obliati...

  

 

IV

Ma l’uomo innamorato rompe il cranio del Leviathan e lo getta

in pasto alle fiere del deserto, lontano dalle

 

acque prive di sonorità.

 

L’uomo innamorato è un calice di vino schiumoso

che non possiede misura di cecità

per esaltare

 

l’autorevolezza dell’anima e inneggiare a Iddio di

Giacobbe che ha fatto l’estate

e l’inverno

 

alla stessa maniera.

 

Non dentro il tempio dimora l’anima d’amore ma

negli ignoti disegni celesti.

 

Padre, riduci la lusinga. Che io possa amare allo stesso modo

uomo e donna e bambino, l’albero e

 

lo scarabeo - guerriero puro.

 

Quanto care queste

dimore!

 

V

 

Conosco anche il desiderio; | cresce in me come un’emorragia la

malinconia rovente. Ho avuto timore delle tue labbra,

 

amore,del tuo fiato largo di gazzella e il

miraggio, eppure non ti ho mai

 

detto della libertà del

mio cammino.

 

Ahi, i tuoi occhi in cui si adagia un sole - piroscafo verde,

altresì ne ho avuto terrore sovrastante, iridi aperte

 

ad ogni vessazione e meraviglia,

così friabili pani

 

e fieri acini.

 

…Dicono che il mio amore è un amore da poco, tuttavia ha

abbattuto il muro del mio delirio,

 

mi ha insegnato a ridere di una

risata sovrumana,

 

mi ha dettato parole di passione e le mie orecchie sedimentavano

uno stupore di sabbia e di sale,

una insolente

 

attesa; non c’è tregua nel mai e nel sempre.

E’ un veleno di sangue

 

e di primavera.

 

Ma baciami di sorsi di brezza gentili. Tremano le dita mie notturne,

capaci come il cielo di Praga luminosa,

 

il mattino ci ruba anche

le stelle.

 

E. Belculfinè – Mer. 11 nov. 09 | 12:31


lunedì, 09 novembre 2009

 

 asciugamano 12 - foto di E. Belculfinè    

 

I

 

Certi fiori del pensiero sono un’asprezza di cristallo, piombo e vetro,

e un tepore di lenzuola infinite che raccolgono

 

luce di vecchi solai

 

e polvere, una polvere inattesa di stupore. Questi

fiori della mente non somigliano a

 

            nessuno dei fiori del tuo

giardino | nè un

 

orto di legumi e di narcisi è più sicuro del sogno

delle tempie vivido di un amore

inconsueto.

 

Però anche il

 

sogno come una rosa ha bisogno di molta acqua buona e di forbici

grandi, ché | il desiderio diventi | ricorrenza di

 

sentimento e | di ossa vere | ma | tenui, | quasi

lieviti di azzurro e di flauti

 

notturni.

 

II

 

Piove a dirotto e ripenso i giorni del | sole come fossi | un

vecchio albero che attenda la pioggia,

quella integra e, uomo,

 

che prosciughi

ogni                         

                                     odore | di malinconia; piove

 

e non so dove | finiscono | le mie finestre.| | Ahi, se | solo

osassi dimorare come il negligente inverno

 

o un uccello biancastro, e non

avere urgenza di

 

domandare gli occhi a Dio, più profondi che

la mezzanotte; se solo ardissi

 

una voce più

 

esuberante, un richiamo più saturo di

abbandoni e |

 

di tristezza e di coraggio, eppure, e di allegria. Ma le mie

immaginazioni sono assediate, e il mio

cuore è un’ocarina

 

spezzata.

 

III

 

I nostri lunari hanno rotte

oceaniche, si intridono di vento, ma la vita

 

| non | è | una | nave.

 

Tuttavia spesso siamo naufraghi, e la pelle del mare diventa la

nostra pelle | in uno | sgomento

 

di sale e di carezze,

 

ciò nonostante non

 

siamo simili al mare: molto | più uguali alla | terra e alla cenere

bensì non abbiamo che di rado

 

il fuoco | energico, peraltro | ardiamo di amore. La parola

amore è | un marchio. E’ | la | nostra | dottrina

 

che, di continuo, | ci conduce

all’avello temerario.

 

 

IV

…Ma i fiori del pensiero sono anche primavera di poesia. Persino

nei ritmi importuni di stanchi foxtrot

americani.

 

Sono il Mjöllnir di Asator per le

battaglie interstellari. || Se tu potessi, amore, avvicinando

 

un tocco leggero, vegliare | nei miei | occhi, riconoscermi,

opporti | a me | con | l’immagine

 

del domani;

 

scavare la passione tanto palpabile nel tuo

petto nervoso e nel sorriso, che

 

pare inammissibile

 

l’incontro delle | mani in | cerca

delle galassie;

 

dammi il tuo mistero che ti rende più vecchio mentre in

te si riapre ogni genesi imponderabile, uno zampillo

 

nello specchio | della | sera, e

i profumi.

 

Se tu potessi amore, e prima che il tramonto si incenerisca,

tendere nell’aria di novembre le tue dita sopra

 

i denti del pianoforte

dell’anima mia…

 

V

 

Il mio Signore ha svincolato il vocabolo collettivo di intelligenze

celesti, ma  non ero presente quando l’amore

ha pronunciato il mio

 

accadere. Allora manifesto

la campana rischiosa di un vecchio bunker, e mi

 

chiudo in una

stella

 

curva, bislunga - rimbalzo di uno spasmo assurdo. || Se rendi

più lenta la strada l’istante volerà innanzi a

te, questo veleno

 

interminabile che ci allarga

il respiro.

 

Con il grido delle mie mani invoco il Signore…

e ti bacio con baci infedeli

e bellissimi,

 

difficili e insensati come davvero scandire la musica della parola vivere,

e credere; e le parole lontano e sangue e sconforto.

 

Amore: parola mia smisurata;

 

mi accade talvolta di non ricordarne la scrittura, ne mastico il

suono fino a che non abbia più significato;

 

Ma amore è il culmine di cristallo vivo di

cui sono fatti finanche i fiori del

 

tuo lampadario di

Murano.

 

 

E. Belculfinè – Lun. 9 nov. 09 | 13:00


domenica, 08 novembre 2009

 

ascigamani 11 - foto di E. Belculfinè     

 

 

I

 

Rivivo i fuochi in riva a certe notti, vigilie dell'Assunta o l’ultima

novena di marzo, il frastuono delle bottiglie e le

conversazioni - olio che frigge;

 

la chitarra di Ornella…

 

Non vi penso con malinconia ferita, ma torno alle stelle

piangenti di bellezza, a qualche bacio nei

 

perimetri | di Klimt.

 

Mi ritrovo il respiro | nudo, la veglia perenne sino alla

sobrietà fastidiosa. || Ogni ora delle

 

mia vita è la frase di una

poesia, le carezze e i pugni e gli amori e 

 

la rabbia.

 

Ma il giorno mi cuce l’anima dentro una pelle di serpente magica.

Ho vissuto tante vite, tanti volti si affacciano al

 

mio specchio economico, montato

su una banda dell’armadio

 

blu intenso;

 

II

 

talvolta non li riconosco: solo i miei occhi, i miei occhi soltanto,

al modo dell’H2O traballante, non chiusa

con un sigillo

 

nella ghirba della musicalità arroventata,

ma istante di tutti gli indizi

 

che si raccolgono

 

nelle mani e la sera, poco più avanti dei vespri e i suoni

 

di rigonfie campane - assurde per il fatto

stesso di esistere. Fino a

 

6 anni fa non ne capivo il significato. Fui stupito della risposta -

perché suonano? - è il tempo…

 

Mi apparve insensato. || Avevo sepolto in un barattolo

di vetro, sotto il ciliegio dell’orto sommerso,

 

il mio tesoro dei pirati di

strass e bottoni, li

 

III

 

 

conservava Zia Anna

in uno stipo del salotto fra medicine e bottiglie

 

di | rum | per dolci. E

 

avevo saldato come in un proiettile la mia polvere aspra,

rialzato dalla terra la sua struttura a

 

somigliare alla carne.

 

Mi innamoravo anche | di alberi e | di precipizi,

senza stancarmi dei | miei piedi, e lo

 

sguardo aperto sulle cose che

diveniva la mia bocca.

 

 

IV

 

Soffiasse nel sangue disabitato | della mia voce persino

una ruvidità di fiore nuziale, e la dolcezza

 

degli intenti

 

per cui si prega una continuità di odori.

Hanno rifinito l’argilla grezza del mio pensiero | queste strane

 

attese e il momento delle combustioni

del legno marino e radiche

 

bagnate di

 

nafta come pan di Spagna. Ahi, l’impasto tranquillo che mani 

stanche rendevano un’ode di Neruda; quelle

mani malate d’amore.

 

E aumentavano le | cellule adipose, le | moltiplicavano

gli affetti; quella volta che Roberta si tirò giù

 

le mutandine durante

bim bum bam…

 

V

 

Che io mi copra naso e orecchie, la resistenza dell’azzurro, l’arco

a sesto acuto delle nuvole, adesso, e per quanto

 

io chiuda gli occhi, incunea

canti di arterie e

 

molari per altri sensi più rari che le dita. Come sia possibile lo

ignoro, eppure accade. E accade che sogni,

nutrito del siero

 

ultramillenario, e i polsi non sono, a questo punto,

che l’inutile giuramento

 

denudato;

 

un | trambusto di lingue | di fuoco piovose – come

un inverno a Londra, come piane

lacrime sudice

 

di gioia. || Ho preso a vivere

dentro l’aggressivo carbone privo di sesso. E in camicie e biancheria

 

da branda al sole lungo | un

rocchetto

 

sbrogliato di fil di ferro, fino a diventare bacio.  || Ho imparato le cifre

difficilissime di una parte di mondo, ma sono i volumi degli

 

amori che risollevano | il mio sangue di colomba

 

preziosa, | i volumi di tutti gli amori il

mio cauto bagliore impreciso.

 

 

E. Belculfinè – Sab. 7 nov. 09 | 13:48


giovedì, 05 novembre 2009

 

asciugamano 9 - foto di E. Belculfinè -     

 

 

I

 

Ho per davvero fantasia di scribacchiarla questa canzone. Ma

che sia né di pietra o di respiro: spensierato giocattolo.

E sento richiami di tempo lungo,

 

le fate, le ricorrenze.

E sia

di quando il fico alla finestra, abbarbicato

nei tramezzi del solaio al terzo piano,

 

non era ancora neanche

un seme

 

che | potesse | raccontare. Di | quella

banda sempre

 

allegra. Di fiocchi rossi canditi o verdi a tenere trecce e

code di cavallo, e gambe magre, rosse

 

dal freddo, infilate in

scarpe troppo grandi | o strette | da fare

 

male, raramente | della misura giusta. Erano | i tempi delle bacchette

e del granturco che lasciava buchi in ginocchia

intirizzite, i tempi della maestra

 

Fernanda, della festa

dell'albero […]

 

II

 

 

Che vale poi che io sia musico o tu stella profonda, se del tuo

baleno, che mette una lesione dolcissima

 

sulle labbra, e nei tuoi  lutti

sterminati

 

io cerchi la forza di | mantenere

una lievitazione di immagini. || Ahi, sapessi

 

piangere di gioia come una resina superba - l’abete mzimu veglia il

nostro suono; la sua leggerezza

di profumi

 

e gli sprazzi, le strutture dell’abitare aprono

nelle tue parole i nodi sicuri.

 

Così mi adagio nella nascita viva dell’aurora, con la bocca

piena | di sereno e di musica - discernimento

 

infinito di ogni clamore che

 

si affastella nella

mia voce.

 

 

III

 

 

Da molti anni ti devo

cadenza d’amore; visito la notte mentre

 

esploro il tuo sorriso, fino a giungere alla carezza che indugia

nelle tue mani e sopra la mia guancia di

 

ribelle infedeltà.

 

La tua limpidezza sorpresa  mi

strappa marcature

 

di aliante; cadono i lunghi minuti dell’orologio del campanile,

saldo ancora per un prodigio di miriadi di

 

mani | verificate con solennità

spopolata.

 

 

 

IV

Apro in metà asimmetriche il tuo canto come un piccolo limone.

Spezzo i tuoi versi, i deliri come

uno spago d'erba

 

o un ramo. Scorre fra le mie mani - filatura di bianco mare -

un sussurro denso,

 

intollerabile della parola

amore. ||

 

Se potessi ora stoccare la radice delle tenebre, infelice

strumento degli angeli danzanti nel

tuo sguardo: sutura

 

di una seta senza

ferita - la rosa di purezza che casa

 

longilinea | nella notte - portagioie | di piume.

Se | potessi, con | la coppa azzurra

 

di una clessidra. || Ci vorrebbe un poeta per dare forma alle idee,

eleganza ai pensieri. Ci vorrebbe un poeta ad

indicarci la | rotta dei sognatori

 

per | una direzione | in più, per

un moto dell’anima.

 

 

V

 

Ti abbandoni, silenziosa talvolta, nell’accordare la rinuncia acuta

dell’anima, in una poesia. E chiedi

a Tozeur di darsi

 

matrigna di un sogno di strade di luna nuova. || Non sono

ferrato in geografia: dov’è

 

che mordono i treni l’aria

intorno, e i templi | crollano | stridendo | come

 

gabbie di pappagalli o sono portati verso l'alto,

cenere per cenere,

 

tintinnando quasi

di piccole monete - E’ forse

 

più avanti della galassia delle nostre residenze ultraterrene.

O forse America, delizia oceanica  ...magari nella

risonanza

 

di un gorgheggio da stiro […] Cresce in me | il tuo lievito | divorato,

adesso che mi impadronisco della mia polvere vera, e vedo

 

il sangue connaturale trasformarsi

in gardenia | nel tuo bacio.

 

 

Elia Belculfinè, Rosa

 Di Cresce - Gio. 5 nov. 09 | 12:56


martedì, 03 novembre 2009

 

asciugamano 10 - foto di E. Belculfinè     

 

 

I

 

 

Maturava d’istante una fiaba in queste vecchie mani. La incisero

nel mio palmo i molti sgomenti delle ore. E

mangiavo sassi per

 

nutrire l’anima del

proprio assenzio imponderabile. Mutavo i miei pensieri

 

in lotta e vento…

 

Ma la mia anima possedeva | pianori di luce

smisurata. Quella fiaba

 

che dalle

 

mani risaliva i ponti verticali

della notte e la cecità

 

delle querce raccolte - dervisci - e divenivano camaleonti

nella calandrella, fuori dal finestrino, ora

 

di verde, ora di rosso e di

azzurro

 

II

 

nel fluire usuale degli stadi del giorno e della vista. Sognavo

di oculisti attenti, allora, temevo

 

che un giorno gli alberi possenti sarebbero

svaniti, ma agosto era

 

sul finire:

 

presi a sognare di treni e i viaggi fatti, i viaggi da non

rifare… || Catalogato nella

caducità

 

dei gesti

 

vi era anche un amore, un bene composto fatto di decenni di

separazioni straordinarie dalle cose, per essere più

 

presente di un anemoscopio

di | suoni.

 

III

 

 

Così ho fotografato

le mie mani per raccontare di pettini e capelli

 

da minestra di

 

farina di grano nero e di profumi, che potessi riascoltare

quella voce, senza esservi parte in | volume non “di

 

massima”. || Mi

 

atterrivano le meteore e divenni astronauta.

Ora abito dentro un

buco nero;

 

 

IV

 

passa di qui anche il tempo che | per la strada del pero era familiare

il nome dei piccoli fiori di ciglio, le “spaccapiatte”,

nella lingua aspra della

 

mia gente, i

“pastaeciceri” | sotto | i templi

 

degli aranci ancora ronzanti e per poco

in seguito. Era nel petto che risiedeva l’amore, prima che

 

negli inguini ultraterreni, prima

di farsi sintattica

 

di canzone.

 

Avevo una

 

clarissa attecchita sotto un abete dai frutti di vetro: per natale: la

musica, e Liszt mi baciò sulla fronte una rapsodia.

 

Era facile indossare le giacche dei bohemien

sdrucite, sempre nei punti giusti,

 

per un’urgenza

di tragedia.

 

V

 

Ma ero del romanticismo il giullare più lieve; imparavo le antiche

danze ungheresi. Fu per questo che cominciavo

a prendere aspirine e

 

pacchetti di sigarette

pieni d'imprevisti, li nascondevamo sotto le

 

tegole

 

di un | casotto; ci si arrivava | sul

tetto da una piccola

 

scala. Più in alto stava venere. Sono ere tante che non

visito la notte di una volta... || Ho

camminato a lungo

 

nelle | pentatoniche,

 

più che in certi percorsi di polvere, ma di

polvere | infinitamente.

 

Non ho | delle chimere adesso l’amarezza, ma il delirio, e la

favola blues dolente borbogliata dai baveri delle bottiglie di poca

 

annata, intanto | che la pioggia suona | i tamburelli

di lamiera, | li rinsalda. E la mia lontananza

dal | mondo […]

 

 

 

E. Belculfinè – Mar. 3 nov. 09 | 12:12


lunedì, 02 novembre 2009

 

  asciugamano 8 - foto di E. Belculfinè   

 

 

 

I

 

Rivedo oggi le mie mani; avevo 15 anni nella | stagione dei

cortili scalcinati, e un’olivetti grigia “qzerty”,

regalo di zia Bianca. La

 

mia macchina per scrivere era un

carro coperto certe volte,

 

altre un

 

piccolo deltaplano. In agio di sangue vi scrivevo

le lettere d'amore a Cinzia, a

 

Patricia, e i tratteggi per Alexandr,

in nastro rosso. Pagine

 

di formule magiche, per cambiare il vetro in oro zecchino

e ridipingermi il volto, che nel guardarmi allo

 

specchio io scorgessi, oltre

le ossa e gli spazi

 

II

 

temporali, questa sete più profonda del sasso che si

scagli alla luna | nel pieno dell'urlo

prematuro e terribile

 

la mia macchina per scrivere

                                  adesso è ferma pietra dello

 

sguardo, è la voce di Frantzisca dall'altro

capo dell'eternità,

 

tesa nel filo

 

dell'erba della reviviscenza

del sollievo e le ginocchia. Sono i sassi animali

 

di Rossella - buoi

 

di Karnak, le vespe innamorate di Rosa; sedie sotto vecchi

portoni - aperte voci come pori

infiniti.

  

III

 

 

(La materia plurale

delle cose, l’unicità della sorte

 

che ci si conta

 

dentro si portano a termine, più avanti, come fossero il

mozzicone di una matita  - quella lunula, Cristina,

 

e la | bugiarda |

 

luna di ognissanti; il collo di mia

 

madre che profuma, e non,

di preghiera…)

 

 

IV

 

Ho distrutto la mia olivetti; trafitta al ventre come un

indovino, per cercarvi | favola |  di

altri istanti.

 

Solo dopo molti anni di

silenzio il caro

 

poeta Carlo

 

Tella mi ha affidato una minuta antares

arancione - la carezzo

 

nell’affidarle

 

il suono delle mie anime insincere e vive che fioriscono

nella strumentalità fisica dei tasti

e le levette.

 

V

 

Non scrivo più lettere d’amore nel cercare l’ombra dentro il

barbaglio dei polsi. Ma una macchina

per scrivere

 

può essere xilofono di passione lo stesso, anche se

incerto il consegnatario, altresì

 

il mittente. Sicché

 

si dice in giro che io passi le mie

giornate, nel vizio della coscienza innamorata,

 

a battere

 

ideogrammi di palloncini gonfi di

elio e scatole di

 

biscotti da lunapark per un cuore | qualsiasi, senza

mai riverbero. Così ho sepolto la mia antares sotto le querce

 

gemelle della collina contenta. E solo Dio

sa quale amore, adesso, vigila

 

ancora nei miei

occhi.

 

 

E. Belculfinè – ognissanti e 2 nov. 09 | 18:05


 

venerdì, 30 ottobre 2009

 

 asciugamano 2 - foto di E. Belculfinè     

 

 

 

I

 

Il metallo duttile dell’anima si figura | di colori, talvolta;

diviene abbozzo di traiettorie - labirinto di Escher.

 

Ma l’anima d’amore è pure filo

 

d’Arianna e Minotauro

sapiente.

 

Ha mai vissuto di sola aria e di sola luce il mio piccolo

cuore di trapezista felice? Ha mai amato, e

 

in verità di alimento […]

 

I pensamenti sedotti fanno spesso sorridere; sembrano

menzogne da bambino, invece sono

 

l’incertezza in cui sta la radice

di ogni genesi.

 

II

 

Stacco una prugna dal ramo: l’inverno si avvicina e la

mia vista, la voce | mettono pelle

di | piume | nuove.

 

Una volta ho detto

 

t’amo: sulle sue labbra si depositava un grigio di cenere

di mille anni. Non i baci, non un solo

 

bacio: il brivido dei mondi

intanto che nascono

 

nella stenosi di miele e di vino: i vizi del cuore e della

bocca. Ahi, la ferita insensata e bella che

 

le tue dita facevano, per gioco,

al pianoforte a parete.

 

III

 

 

Assottiglio azzardi di

musica - diversa | dal reticolato sogno

 

non rettilineo

 

di dio - adesso, e | reimpastata nel | sangue dei pani

tondi crociati - era il principio delle ore, e | i chilometri; 

 

da quel momento non avremmo più compreso il suono

del verbo | vivere - all’infinito, ma | le altre flessioni

 

del giorno - E mi compongo | in misure

di granulo e di strada.

 

 

IV

 

Ho scritto t’amo anche | in molte lettere, che | copiavo

versi di Baglioni… - una nota blues persa

in un cortile -

 

Le | mie lettere | di arzigogoli

sfacchinati […]

 

E’ per | causa

 

mia che si trovano i baci perugina

nei negozi, e le cartoline con i cuoricini rossi trafitti.

 

Fosse per me! Che la cioccolata mi

irrita le gengive…

 

Sono stato uno dei soliti ragazzi innamorati; di quelli

che si intravedono in certi vecchi film,

sempre solo di passaggio;

 

V

 

angeli | dalle vecchie ali bruciate. || Si disperde | la cifra di

diamante delle stelle, si annulla: il cielo

della notte è perennemente

 

vivo […] persino

dentro antichi avvenimenti

 

di scarse mani, ma,

 

ciò nonostante,

frantume di una comprensione interminata.

 

Tanti occhi tornano

agli specchi | accaniti dei | miei | occhi, | ora;

 

così i suoni, e risalgono le dita e il catrame, per ridivenire

balsamo. || Infine, ogni amore increato tratteggia il

 

concetto in linea estrema di anello,

e | la parte | restante

 

delle | cose.

 

 

E. Belculfinè – Ven. 30 ott. 09 | 15:28.


giovedì, 29 ottobre 2009

 

asciugamano 3 - foto di E. Belculfinè    

 

I

 

“Sempre” può sembrare parola inverosimile | un solo

granello di sabbia che cada nella

 

congerie delle ore.

 

Così gli amanti - compagine di flusso di sistemi di

stelle - si | giurano | l'infinito | nelle dita |

un attimo,

 

l’estremità | del bando irragionevole. ||

Perdurano sesti sensi

 

di labbra una notte | di ultimo mare, i baci che | scavalcano

il pensiero di Dio - palpito di assenzio

dentro le tempie -

 

II

 

La luna | degli amanti, nuda | come un grande specchio,

migliora le figurazioni

del mondo e  

 

| sovraumane, | prive | di | stenti | di

rovesci. Sempre è pietra

 

filosofale;

 

è anche la canzone degli

adolescenti che credono immortale

 

questo andirivieni di giorni

 

e un velluto di grida nel collo di una bottiglia | di scarsa

scelta. Ama come | i loro abbandoni,

e fanno venere la

 

III

 

sera con gli occhi

 

| di | fiori | profondi. Che scrivono

ovunque e sopra i muri | il proprio nome | e cospira di

 

molte | stelle. Un istante nelle mani | il sutra del sole e 

dell'orsa | nascenti; che domani | spacca il

 

minuto nella prima moka l’innesto

di un | sì |  lacero.

 

 

 

IV

"Senza fine" è il sogno delle rose più antiche, eppure

di rado è sogno soltanto,

 

invece è scheggia di quarzo rilucente;

annulla le attese e le

 

aumenta | oltre. Oltre; in

dispensa | di | istanti | depredati, e di

 

spazio. | E’materia | alchemica | d’amore, | lampada di

Aladino in latitudine di respiro

improvvisa.

 

V

 

Ma i ragazzi e i vecchi delle panchine

delle 9, se dicono << per sempre >> è alla stessa maniera.

 

E poi nel sempre ci sono | le girandole di Prévert | a lettere

di sangue, e di Lorca, dietro le maglie leggere

 

dell'estate. E nei rotocalchi

di Aldebaran.

 

- leggendo di Cristina Bove -

E. Belculfinè – Gio. 29 ott. 09 | 13:03


mercoledì, 28 ottobre 2009

 

 asciugamano 6 - foto di E. Belculfinè  

 

 

I

 

<< Stamattina mi sono svegliato, quasi avessi costruito nel sogno

una piccola cetra lungimirante, con un mal

d’orecchio testardo,

 

una dissolutezza di

suono. >>

 

<< Certo, potrebbe essere stato un colpo d'aria a metterle dentro

questo rosichio assurdo. >>  << Invece credo sia

per il fatto che ho udito

 

molte cose: grida di lune bugiarde, p. es. >>

<< Sente la luna? >> << Si. Prima che | l’amore

tremi, e il cielo che rovina -

 

mi riparte

in stratificazioni

 

di spacchi di nuvoli. Ho sentito preghiere dentro

bestialità altissime, i rituali, tramonti…

 

…Ho pezzi di vetro nell'orecchio, sapidità di mondi oceanici:

un vizio di musica che | le cose

sembrano respirare

 

II

 

con maleficio >><< Metta del latte caldo

nell'imbuto e lo faccia scorrere nella cornetta fino a scavare

 

le rose del pensiero; è saggezza

di donne antiche >>

 

<< Ho una pioggia secolare

nell’orecchio,

 

il riverbero altisonante di tutte le volte che la parola

 fratello è stata pronunciata per tornaconto

di inservibile fatica d'amore.

 

Ho inclinato la testa e dall'orecchio sono colati moti di colombe

alchermes nell'imbrunire di ottobre,

sabbia di mille clessidre.

 

III

 

 

Sono sgorgati gemiti di

bambini interrotti

 

che non vedranno mai stridere le corde di un’altalena, gli addii

di tante madri su ponti di guerra ai

 

cortili delle adolescenze: padre, rendimi

il tempo di canto. Padre, che io

 

possa ancora baciare

 

la fronte di mio figlio Sadir; che il silenzio | che dura

                   da anni e anni si accenda

di motivi di canzone.

 

IV

 

Giovanna si

abbandona più spesso al silenzio, adesso.

 

Questo silenzio ingombra

il mio udito. >>

 

<< Esistono i parassiti dell'orecchio, come piccoli ragni che si

cercano un nido >> << Certo, potrebbe

 

essere un parassita, invece

 

è la pena interminabile delle bandiere bruciate, per

solo divertimento di cifre. >>

 

 

V

 

<< Le consiglio queste gocce da mettere

tre volte al giorno,  e  l’antibiotico per via orale alle 8, alle

14 e alle 20 >> << Voci , voci abusive. >>

 

<< Se non dovesse riuscire a prendere sonno si annodi

un fazzoletto attorno al capo, stretto, che passi

 

sopra agli occhi.

 

E se il dolore fosse molto forte beva un bicchiere

di vino di datteri; fa resuscitare

i morti. >>

 

 

VI

 

<< Si tappi entrambe le orecchie con dei turaccioli di cera >>

Come Ulisse? <<Chi?>> Ulisse, il viaggiatore delle

stelle. << Mi dica: è qui ora questo “Ulisse”?

Lo vede

 

in questo momento? >>

Lo vedo. Ulisse è il nome della mia anima.

<< Anima? Cos'è anima? Non ne

                                                                                                                                                             

ho mai inteso. Ascolti. Sente

spesso dolore?>>

 

<< Ho un dolore |

infinito. >> << Capisco. Da quello che vedo,

 

il suo potrebbe essere un caso raro di disturbo della

personalità. Ma non è il mio campo. Le

consiglio di contattare

 

uno specialista al più presto. Ecco, le scrivo il nome di un amico. >>

<< La ringrazio, dottore. >> << Nel frattempo

 

prenda queste pillole. E queste.

E queste. >>

 

 

E. Belculfinè - Mer. 28 ott. 09 | 14:01